Da Monet a Bacon alla Reggia di Monza

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“L’arte scuote dall’anima la polvere accumulata nella vita di tutti i giorni” sosteneva Picasso. Da sempre, infatti, l’uomo ha trovato nell’arte una preziosa fonte di piacere per gli occhi e di benessere per lo spirito e allora, perché non prendere una “boccata d’ossigeno” dalla routine quotidiana immergendosi tra i capolavori della Johannesburg Art Gallery esposti in Villa Reale?

Le sessanta opere della mostra Da Monet a Bacon, provenienti dalla prestigiosa pinacoteca sudafricana, sono ospitate (fino al 2 luglio) negli eleganti appartamenti del Principe di Napoli e della Duchessa di Genova al secondo piano nobile della Reggia, già di per sé meravigliosa cornice artistica. Dipinti ad olio, acquerelli, litografie, disegni a pastello e a carboncino dei più importanti artisti del tempo si alternano in un percorso cronologico e tematico, documentando oltre un secolo di storia dell’arte contemporanea internazionale, dalla metà del XIX secolo al secondo Novecento.

Bellissima la prima sezione dedicata ai capolavori dell’Ottocento inglese: dai suggestivi paesaggi di William Turner ai raffinati lavori dei pittori Preraffaelliti e Vittoriani, tra cui spiccano senza dubbio il quadretto Regina Cordium (1860) di Dante Gabriel Rossetti, raffigurante su un prezioso sfondo dorato l’amata “Regina di Cuori” Elizabeth Siddal sposata quello stesso anno, e il grande dipinto Cuculo! (1880) in cui John Everett Millais, con la delicatezza che lo contraddistingue, ritrae due fanciulle in un bosco curiosamente attratte da un cuculo posato sul ramo di un albero lì vicino.

L’esposizione prosegue con un’ampia raccolta di opere francesi eseguite a cavallo tra  Otto e Novecento (insieme a due bellissimi paesaggi dell’americano John Singer Sargent). Dai promotori del Realismo Corot, Millet e Courbet (La scogliera a Étretat) alla fertile stagione impressionista, ben rappresentata dai meravigliosi scorci paesaggistici di Eugène Boudin (Regate ad Argenteuil) e Alfred Sisley (Sulla riva del fiume a Veneux), e qui al suo apice con due delle opere più note della mostra: la Primavera di Monet e le Due ballerine in rosa di Degas.

Assolutamente magnetica La Rochelle (1912) del maestro del puntinismo Paul Signac, che campeggia su una parete scura grazie alle vivide pennellate di rosa, viola e azzurri, quasi un moderno mosaico. Tra i protagonisti del post-impressionismo impossibile non citare Cézanne, Van Gogh, Pierre Bonnard, Édouard Vuillard e la meravigliosa Finestra sul fiume (1908) di Henri Le Sidaner, scelta non a caso come immagine-simbolo della mostra.
Meno appariscente e meno nota, ma assolutamente deliziosa, anche la Testa di donna di profilo ritratta da Aristide Maillol: se la bidimensionalità e la purezza dei colori avvicinano il piccolo pastello su carta alla scuola di Gauguin e dei Nabis, l’impressione fiabesca dell’insieme riporta in qualche modo alla mente la delicatezza sognante di certe opere di Modigliani e di Chagall.

La sezione dedicata alle Avanguardie novecentesche è forse quella meno corposa. Nel panorama contemporaneo di una pittura più rivoluzionaria e tormentata, spiccano i bozzetti a matita di Munch e Modigliani, i meravigliosi contrasti chiaroscurali delle rosse Dalie di André Derain, le opere di Picasso e Matisse (tra cui la bella litografia Donna con fiori del ’23), le figure “corrose” e deformate di Francis Bacon, nonché i lavori dei due maggiori esponenti della Pop Art americana, Roy Lichtenstein (Crack!) e Andy Warhol (con il trittico dedicato a Joseph Beuys).

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La mostra non è grandissima, ma è ben curata e presenta una valida selezione di opere di pregio che difficilmente potremmo vedere nella loro sede d’origine. Offre, inoltre, la piacevole occasione di scoprire la storia della Johannesburg Art Gallery e la nascita di una collezione museale arricchitasi nel corso dei decenni grazie a sempre nuove acquisizioni e donazioni.

La forte componente britannica – percepibile fin dal primo nucleo della collezione – è presto spiegata, dal momento che la Galleria vide la luce per volere e interessamento di due personalità dell’epoca, entrambe inglesi: Sir Hugh Lane, che curò la selezione e l’acquisto dei dipinti, e Lady Florence Phillips – vera e propria fondatrice del museo – donna dal grande carisma, collezionista e appassionata d’arte, decisa a dare alla sua città un museo pubblico degno di nota.
Come in una romantica storia d’amore, Lady Phillips, moglie di un magnate britannico dell’industria mineraria trasferitosi per lavoro in Sudafrica, decise di vendere un prezioso diamante azzurro regalatole dal marito per poter finanziare il suo progetto e acquistare i primi lavori. Fu così che la Johannesburg Art Gallery potè aprire ufficialmente al pubblico nel 1910, divenendo in breve tempo un importante polo d’attrazione artistico e culturale: non soltanto uno spazio espositivo fine a se stesso ma anche un “luogo prezioso per la società civile, dove fare e promuovere cultura”.

Florence Phillips fu la prima vera promotrice e sostenitrice dell’arte sudafricana contemporanea ed è molto interessante, a tal proposito, la scelta di concludere il percorso espositivo con una breve sezione dedicata agli artisti locali (George Pemba, Maggie Laubser, Maude Sumner, Selby Mvusi) che con le loro opere portarono all’attenzione le tradizioni e le tematiche sociali del proprio paese, come il clima di discriminazione e violenza legato alla difficile realtà dell’Apartheid.

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