Juste la fin du monde

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È SOLO LA FINE DEL MONDO (Xavier Dolan, 2016)
Vincitore del Gran Premio della Giuria al Festival di Cannes del 2016.

Film stupendo, scritto e diretto da un grandissimo (e giovanissimo) talento e recitato divinamente, attraverso silenzi e sguardi che – nel dramma dell’incomunicabilità – raccontano più di mille parole.

La trama è di per sé semplice e gli intenti vengono dichiarati fin dalla prima scena: Louis è uno scrittore di successo che, dopo aver scoperto di avere una malattia terminale, decide di tornare nel suo paese natale dopo dodici anni di lontananza per darne notizia. Il pranzo organizzato con la famiglia, che non vede da quel lungo tempo e con cui ha ormai perso ogni legame, diventa occasione per risvegliare ricordi, rimpianti e vecchi rancori, covati lentamente nel corso degli anni e mai del tutto sopiti.

“Dodici anni e all’improvviso un’idea di un pranzo in famiglia. Recuperare il tempo perso? no, approfittare del poco che ne rimane. Dodici anni sono lunghi, e dopo, il nulla. […] Cosa faranno quando glielo dirò? quando dirò loro che me ne vado, che non tornerò più, mai più… che succederà? È imprevedibile, in ogni caso è solo un pranzo in famiglia, non è la fine del mondo.”

L’uso insistito dei close-up sui volti è, a mio avviso, una scelta registica coraggiosa che non lascia scampo ai personaggi, “chiudendoli” in un’inquadratura opprimente, quasi claustrofobica, che si fa specchio delle loro emozioni. Una scelta possibile (e credibile) solo quando si hanno attori con la A maiuscola, come in questo caso.

Cinque attori e un’impostazione teatrale della scena, con girati quasi esclusivamente all’interno della piccola casa di famiglia e pochi esterni (non a caso la sceneggiatura è basata sull’omonima pièce teatrale del francese Jean-Luc Lagarce).
Gaspard Ulliel è una vera rivelazione, magistrale nella sua interpretazione delicata e silenziosamente sofferta, con cui lo spettatore entra immediatamente in empatia. Per non parlare del resto del cast, che non ha certo bisogno di presentazioni: Marion Cotillard, Nathalie Baye, Vincent Cassel e Léa Seydoux, fenomenali, ciascuno nel proprio ruolo. Dalla sovraeccitata, ma benevola, madre Martine alla sorella Suzanne, sinceramente interessata a un riavvicinamento con quel fratello che ha visto solo da bambina e del quale ormai non ha più ricordi, se non quelli costruiti negli anni attraverso cartoline stringate; dal rancoroso fratello maggiore Antoine, cresciuto all’ombra del fratello di successo, alla timida e insicura Catherine, la cognata che Louis non ha mai conosciuto e l’unica che nei suoi “goffi” silenzi riesce a comunicare davvero.

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Nel film le parole sono fluviali e gridate, in altri casi sono brevi e spezzate, continuamente interrotte e, in fondo, quasi sempre inascoltate. Parole soffocanti quanto i lunghi silenzi. Il “non-detto” è la vera chiave per la comprensione del film.
E i simbolismi a latere (l’ossessione per gli orologi, l’uccellino intrappolato nel cucù…), che si accentuano con un climax verso il finale, sebbene siano forse di fin troppo facile comprensione, chiariscono la portata del dramma dando ulteriore spessore alle scene e sottolineando la profonda solitudine in cui è chiuso ciascun personaggio.

Nel corso del film si respira, in modo quasi palpabile, il peso delle scelte compiute, così come il senso di nostalgia per un tempo passato (forse felice, almeno nei ricordi) che non può più tornare e di malinconica angoscia per un futuro altrettanto fragile e ormai ineluttabile.

Un microcosmo familiare – fatto di provincialismo, risentimenti, rimpianti, rancori mai risolti – che Louis ritrova quasi inalterato, nonostante i lunghi anni trascorsi, come fosse stato anch’esso intrappolato in una polverosa capsula del tempo, rendendo così ancora più evidenti i motivi che lo avevano spinto ad allontanarsi da casa dodici anni prima.
Un pranzo in famiglia che, vista la portata dell’annuncio, potrebbe trasformarsi in tragedia o in sincero riavvicinamento… ma, in fondo, è “solo” la fine del mondo, nulla di più.

Una sceneggiatura solidissima, in grado di toccare moltissimi temi in modo drammatico, profondo, commovente, autentico e mai banale o scontato, ma soprattutto con il garbo che – come sempre, del resto – contraddistingue i film francesi (anche se, per essere precisi, regista e produzione sono in primis canadesi).

E chi tesse cieche lodi alla cinematografia italiana odierna, ahimè, non sa di cosa parla. Noi questi film, al momento, ce li sogniamo.
Ad maiora!

 

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