Van Dyck e Omar Hassan alla Reggia di Monza

Approfittando di un weekend di bel tempo sono andata a vedere due delle mostre attualmente in corso alla Reggia di Monza: Anton Van Dyck. L’Opera si racconta esposta fino al 20 maggio presso l’adiacente Cappella Reale e Omar Hassan. L’Essenziale è Invisibile agli Occhi allestita all’interno del Serrone della Reggia a ingresso libero e prorogata fino al 15 aprile.
Due esposizioni piccole e tutto sommato veloci da visitare, ma ben curate, che danno l’opportunità di ammirare opere di periodi e generi completamente differenti tra loro, ma ugualmente suggestive.

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VAN DYCK – CAPPELLA REALE
La piccola mostra, esposta presso gli inediti spazi della Cappella di Corte del Piermarini, ospita otto opere provenienti dal Museo napoletano di Capodimonte.
Partendo dal famoso dipinto del Cristo in Croce di Anton Van Dyck, attorno a cui ruota l’intera esposizione, la mostra narra alcuni episodi evangelici legati alla morte di Cristo avvalendosi della presenza di disegni e incisioni di maestri fiamminghi e italiani del XV-XVII secolo, come Dürer, Rubens, Bolswert, Corenzio e Cambiaso.

Ho trovato interessante il confronto tra il dipinto a olio di Van Dyck (ca. 1621-25) raffigurante il Cristo Vivo spirante sulla croce e l’incisione a bulino di Schelte Adams Bolswert, che per la sua iconografia si era invece ispirato a un dipinto di Rubens del 1613.
Il Cristo di Van Dyck si staglia solitario e luminoso contro una fitta coltre di nubi scure in tempesta, in un’ambientazione quasi priva di riferimenti paesaggistici. La testa sollevata e il corpo snello ed elegante, privo dei segni della flagellazione, rimandano all’iconografia del Christus Triumphans. La sofferenza corporale è qui sublimata, infatti, in una visione idealizzata ed eroica di totale abbandono alla volontà del Padre, perdendo definitivamente anche quell’ultimo accenno di dolore e tensione fisica che Rubens aveva concentrato nelle mani strette a pugno intorno ai chiodi (come si vede nell’incisione di Bolswert). Tuttavia, il cartiglio strappato dal vento, il panneggio scomposto e lo sguardo supplice e inerme trasmettono un senso di angoscia e di solitudine che riporta alla memoria l’immagine più umana e sofferente del Christus Patiens.
Il dipinto è animato da toni drammatici, netti e scenografici contrasti chiaroscurali, raffinati virtuosismi cromatici e un sapiente uso della luce nel modellare il volume dei corpi: tutti elementi che contraddistinguono lo stile di Van Dyck, fortemente debitore del colorismo di Tiziano e del naturalismo caravaggesco appresi durante gli anni di studio in Italia.

Tra le incisioni e i disegni sono stata colpita dal piccolo studio a carboncino, acquerello e seppia di Belisario Corenzio rappresentante L’elevazione della Croce sul monte Calvario che, pur essendo allo stato di abbozzo, si caratterizza per un’impostazione della scena meno classica e statica rispetto all’iconografia usuale. Dinamicità e visione prospettica sono accentuate, innanzitutto, dalla collocazione nettamente decentrata del soggetto principale, che induce l’osservatore a seguire naturalmente il profilo della croce fino alla figura di Cristo, in alto a destra, isolata dalla folla. La scelta, inoltre, di raffigurare di spalle i personaggi in primo piano (i due uomini in abiti esotici e il cavallo) conferisce maggior volume e dà un senso di sfondamento prospettico rispetto al punto di osservazione.


OMAR HASSAN – SERRONE
All’interno dell’antica Orangerie di Corte prende, invece, vita la personale dell’artista contemporaneo Omar Hassan. L’Essenziale è Invisibile agli Occhi. Il titolo è un chiaro riferimento alla celeberrima frase del Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupéry: “Ecco il mio segreto. È molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi”. Un invito a non fermarsi alla superficie delle cose ma a guardare “oltre”, con il cuore, alla ricerca dell’Essenziale, di ciò che a un primo sguardo si nasconde alla vista, compito specificamente proprio anche dell’Arte.
In un immaginario dialogo con Kandinsky, che attraverso i suoi esperimenti sinestetici aveva provato a trasporre su tela la musica dando forma alle note e dipingendo i colori dei suoni, anche Hassan gioca con forme, geometrie, colori e spazi vuoti nel tentativo di fermare lo scorrere del tempo, di rendere Visibile l’Invisibile e raccontare l’Essenziale.

Le opere di questo artista sono state una piacevole scoperta. Schizzi apparentemente casuali, forme create con la bomboletta spray, colate di vernice, “pugni” di colore sulla tela: una commistione di tecniche e stili che prendono spunto dalla street art e dall’action painting moderne con un occhio di riguardo all’arte astratta dei grandi Maestri.

La mostra si articola in due differenti sezioni tematiche: “il Visibile” e “l’Essenziale è Invisibile agli Occhi”. Le opere di questa seconda sezione sono interessanti a livello concettuale (come l’installazione Many Numbers collocata nella Rotonda dell’Appiani, dove perfino gli avanzi e le siringhe utilizzate dall’artista per la cura giornaliera del suo diabete diventano protagonisti dell’opera), ma nell’insieme sono quelle più strettamente emulative e derivative, con maggiori richiami visivi all’astrattismo di Kandinsky e alla tecnica del dripping di Pollock, e forse, per questo, risultano un po’ meno originali.

Mentre ho trovato molto suggestive e di impatto le opere della sezione dedicata al “Visibile”: colori vividi e uno stile personale che unisce le tecniche della street art (le colate di vernice spray della serie Injections o i mosaici di tappini colorati delle bombolette della serie Caps) a una vera e propria idea di arte come performance.

Le due opere della serie Breaking Through, realizzate colpendo la tela con i guantoni da boxe intinti nella vernice (ormai sua cifra stilistica), sono un modo per portare la passione per questo sport all’interno della sua ricerca artistica seguendo il modello dell’action painting. Come già per Fontana, è il gesto artistico il cuore della sua arte: focalizzare e incanalare l’energia del gesto attraverso “l’azione” del dipingere e del “fare” arte.
Personalmente trovo che abbiano qualcosa di delicato e di potente allo stesso tempo. Il bello dell’arte è che ciascuno può sovrapporre le proprie sensazioni all’intenzione dell’artista ed è così che quelle macchie azzurre e arancioni, che a un primo sguardo ricordano le corolle di un fiore, da vicino tornano ad essere “pugni d’artista” caricandosi di una nuova forza e potenza espressiva.

Interessante anche l’idea di mettere in luce i rapporti tra Classicismo e Contemporaneità, tra Scultura e Pittura, attraverso la sua provocatoria Venere al quadro, moderna rivisitazione della famosa Venere di Milo coperta di colate di vernice spray e mimetizzata sullo sfondo di una tela multicolore. La scultura per un effetto ottico appare completamente immersa nel quadro, divenendo distinguibile solo se lo spettatore come parte attiva si sposta intorno all’installazione.

In una bella giornata di sole potrete ammirare anche la Reggia in tutto il suo splendore.

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