Toulouse-Lautrec e la Ville Lumière

“Dopo l’assenzio, l’odore che gli piaceva di più era quello dell’inchiostro di stampa.”
Jozsef Rippl-Ronai

Con l’occasione di dare uno sguardo al rapporto tra l’arte grafica di Lautrec e la sua città, ricordo che è stata prorogata fino al 6 gennaio la bellissima mostra Toulouse-Lautrec: la Ville Lumière, prodotta da Arthemisia e allestita nelle eleganti sale della Reggia di Monza, dove è possibile immergersi nella “luminosa” e vivace atmosfera parigina di fine Ottocento. 
Un tuffo in un passato accattivante quanto contraddittorio: vita bohémienne tra riviste satiriche, sale intrise di fumo e alcool, case di tolleranza, luci, spettacoli, intrattenimenti a teatro e nei locali notturni, dove gli artisti di Montmartre e le ballerine di can-can del Moulin Rouge erano i protagonisti indiscussi delle sfavillanti e frenetiche serate di quella Parigi fin de siècle, che tanto continua ad affascinarci a più di un secolo di distanza.

A differenza di altre esposizioni monografiche in cui si pone l’accento sul suo più noto impegno come ritrattista e pubblicitario, il focus di questa mostra è riconducibile alla produzione grafica di Toulouse-Lautrec: una vasta selezione di disegni a matita e a inchiostro, illustrazioni, acquerelli, litografie (stampa chimica su pietra) e xilografie (incisione in rilievo su tavola di legno) in nero o a colori, schizzi e disegni preparatori per i più famosi manifesti dell’epoca. 
Oltre alle 150 opere esposte, provenienti dall’Herakleidon Museum di Atene, il percorso si arricchisce inoltre di musiche, video e fotografie d’epoca che fanno da corollario a una mostra che intende celebrare uno dei maggiori esponenti della Belle Époque, senza mai perdere di vista il contesto storico-artistico-sociale in cui si muoveva. 

Aristocratico per nascita, Henri de Toulouse, visconte di Lautrec, soffriva di una deformazione ossea congenita che da bambino lo portò a fratturarsi più volte gli arti inferiori, impedendogli una regolare crescita pur non essendo affetto da vero nanismo.
Anche a causa di questa condizione che lo accompagnò per tutta la sua breve vita (1864-1901), Lautrec si sentiva un escluso. Abbandonò presto gli agi che la sua posizione sociale gli offriva e fondò il suo atelier a Montmartre nel cuore pulsante di Parigi, preferendo condividere la stessa sorte degli “emarginati” e conducendo un’esistenza sregolata e anticonformista, da vero artista bohémien.

Il periodo più prolifico della sua produzione artistica si concentra nell’ultimo decennio dell’Ottocento, un arco storico di grande fermento e innovazione, a cavallo tra le due grandi Esposizioni Universali tenutesi a Parigi: la prima del 1889, divenuta iconica per l’inaugurazione della Tour Eiffel in occasione del centenario della Rivoluzione Francese, e la seconda del 1900 per salutare e festeggiare il passaggio tra i due secoli con l’apertura della metropolitana e una forte spinta alla modernizzazione della città. 

Per la sua velocità inventiva ed esecutiva -merito anche della passione per le tecniche di riproduzione a stampa- Lautrec, oltre che per i manifesti pubblicitari, era molto richiesto in campo editoriale: famose le vignette di satira politica pubblicate sui “journaux humoristiques” dal ’93, così come le illustrazioni per giornali come “La Revue Blanche” del ’95; senza dimenticare la realizzazione di libri di pregio e di copertine per spartiti e raccolte musicali (come la divertente vignetta raffigurante il musicista Dihau che tiene al guinzaglio il poeta Goudezki rappresentato come un orso nella copertina per Les Vieilles Histoires).

Ritratti, studi grafici di volti, espressioni, caricature, animali. Disegni più complessi a penna e inchiostro, preparatori per successive opere incise o dipinte, si alternano a semplici bozzetti e schizzi nei quali tuttavia, con pochi tratti di matita rapidamente appuntati a margine del foglio, si manifesta tutto il talento di Lautrec nel fermare l’immagine con estrema vividezza e realismo.

“Quando la mia matita si muove bisogna lasciarla andare. Niente di più!” H.T-Lautrec

A questi disegni, si affianca una produzione più intimista e personale in cui Toulouse-Lautrec si rivela un attento osservatore della natura femminile: donne solitarie, avvolte nei loro pensieri, senza alcun intento caricaturale e con un tratto vivido ma poetico. 
Persino nel ciclo del ’96 intitolato Elles (“Loro”), interamente dedicato alle ragazze dei bordelli, riuscì a catturare intimi istanti di vita privata con estrema sensibilità, senza indulgere in banali moralismi, sottolineando che “le modelle sono sempre un po’ impagliate mentre quelle… quelle sono vive!” (degna di nota la litografia a colori con la fanciulla di schiena che versa l’acqua in una tinozza). 

Altra sua grande passione sono i cavalli, che ritrasse a più riprese per tutta la sua vita. È evidente la sua conoscenza del mondo degli ippodromi nella celeberrima litografia Il Fantino (1899) a pastello, pennello e spruzzo su carta (tecnica utilizzata per la camicia rossa del fantino a sinistra), così come risulta estremamente curato ed espressivo anche il “ritratto” del pony Philibert, che con il suo calessino accompagnò pazientemente per le vie di Parigi un ormai invalido Lautrec nei suoi ultimi anni di vita.

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Tuttavia il fil rouge che lega Toulouse-Lautrec alla sua città è senza dubbio la partecipazione alla vita notturna parigina: egli alimentò in egual modo la sua doppia anima di dandy aristocratico e intellettuale da un lato e di assiduo frequentatore di café-chantants e di sordidi locali notturni dall’altro.
Alla prosa e all’opera tradizionale si affiancava in quel periodo il rivoluzionario cinema dei fratelli Lumière, si poteva scegliere tra sofisticate serate a teatro, sale da ballo e scintillanti locali in cui si esibivano le nuove stelle emergenti dello spettacolo: chansonnier, cabarettisti e provocanti ballerine di can-can.
Inoltre, la rapida diffusione dell’elettricità aprì a nuove possibilità artistiche con effetti, giochi di luci, colori e proiezioni (come le sperimentazioni di Loie Fuller nella danza), di cui Lautrec fu uno dei primi artisti a coglierne anche graficamente le potenzialità espressive, con vistosi contrasti chiaroscurali.
Proprio per il suo primato nell’illuminazione cittadina a gas, Parigi divenne presto nota come la Ville Lumière, “la città delle luci”.

Parlando di Lautrec è impossibile non citare i “protagonisti” delle folli notti parigine, più volte raffigurati nei suoi disegni e manifesti: dal cantautore e cabarettista Aristide Bruant, immortalato con cappotto nero e sciarpa rossa, alle attrici Sarah Bernhardt e May Belfort, quest’ultima più volte raffigurata con in braccio il suo immancabile gatto nero. Fino alle due artiste da lui predilette: la vulcanica ballerina di can-can del Moulin Rouge, Jane Avril, e la cantante, ballerina e performer Yvette Guilbert, entrambe ritratte nel celebre manifesto del cabaret Divan Japonais del 1893, la prima nelle vesti di un’affascinante spettatrice e la seconda sul palcoscenico, riconoscibile per gli iconici lunghi guanti neri. 

Concludo lasciando l’audio di una canzone riprodotta in loop in una delle prime sale dedicata alla “diseuse” Yvette Guilbert: “L’Hôtel du numero 3” di Léon Xanrof, registrata nel 1903 con introduzione cantata proprio da Madame Guilbert. Vista la sua musicalità ripetitiva scommetto che ascoltandola vi ritroverete a canticchiarne parole e melodia senza nemmeno accorgervene, di colpo trasportati nelle brulicanti atmosfere dei café-chantants di fine secolo.

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